a cura di Paola Carbone
C’è una terra che parla senza voce. È rossa, nuda, immensa. Un luogo che sembra fuori dal tempo, eppure racconta storie antiche. Qui cammina una donna. Non è un personaggio, non è un simbolo: è tutte le donne, ed è solo sé stessa. Il suo viaggio visivo è un rito silenzioso. Indossa abiti che portano con sé memorie di culture lontane – Africa, Medioriente, Sud del mondo. Ma nulla è copia. I tessuti fluttuano, sfiorano la pelle come pensieri leggeri, si muovono con il vento. Ogni gesto è un’affermazione di presenza, ogni sguardo un atto di esistenza. Il corpo non è esibito, è raccontato. La bellezza non è perfezione, ma verità. Poi, qualcosa cambia. La donna indossa un tailleur. Un codice che non le apparteneva, ora le appartiene. È un ribaltamento, ma anche una dichiarazione. Perché la libertà femminile inizia dal diritto di scegliere. Anche un abito. Anche un’identità. Non si tratta di travestirsi da uomo per essere libera. Ma di poterlo fare, se lo si desidera. La libertà è anche questo: vestirsi senza dover giustificare, camminare senza dover chiedere. In questo photobook, la moda diventa linguaggio, la fotografia poesia. Non c’è intento di denuncia plateale, né ricerca di provocazione. Solo un messaggio che scorre come luce tra le immagini: la libertà non è un premio. È un respiro. È femmina.
In un’epoca in cui la moda è spesso piegata alla logica dell’intrattenimento, il progetto fotografico “La libertà è femmina” si distingue per il suo approccio silenzioso ma profondamente incisivo. Nato dal dialogo tra paesaggio, corpo e cultura, il lavoro mette in scena una narrazione visiva dove la femminilità non è rappresentata secondo i codici usuali del glamour, ma restituita nella sua complessità. Realizzato all’interno della cava di bauxite di Otranto, nel sud della Puglia, lo shooting si colloca in un contesto naturale quasi surreale. Il paesaggio, arido e minerale, fa da sfondo a una figura femminile che non interpreta, ma abita. Lontana da posture costruite, la protagonista diventa il tramite di un racconto che attraversa territori geografici e interiori. I look — selezionati con attenzione per dialogare con culture del Sud globale — non seguono la logica della citazione etnica né della tendenza stagionale. Piuttosto, suggeriscono una continuità tra corpo e terra, tra identità individuale e memoria collettiva. Il risultato è un’estetica che non cerca l’effetto, ma l’essenza. Più che una campagna o un editoriale, “La libertà è femmina” si avvicina alla forma del diario visivo. Un diario dove l’abbigliamento non è travestimento, ma linguaggio. Dove la libertà non è dichiarata, ma praticata. Dove la fotografia smette di essere documento per diventare gesto. È proprio questa sobrietà intenzionale a rendere il progetto rilevante. In un settore in cui il rumore visivo è diventato norma, qui si sceglie il ritmo lento, la costruzione attenta, il non detto. È una dichiarazione di stile, certo — ma prima ancora, è una posizione politica. “La libertà è femmina” non urla, ma resta.
Vestire è raccontarsi. E raccontarsi è resistere.
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Crediamo che l’immagine possa generare riflessione, e che la bellezza abbia senso solo se accompagna un gesto, uno sguardo, un’azione. Per questo motivo Rovescio sostiene e dà visibilità a progetti che si muovono nel mondo reale per cambiare le cose, anche in silenzio. In questo numero, vogliamo accendere una luce su Casa di Noemi, un’associazione fondata da Imma Rizzo, madre di Noemi Durini, vittima di femminicidio a soli 16 anni.
“Dalla tragedia ho scelto di dare vita a un progetto di sensibilizzazione sul territorio, per costruire una cultura del rispetto e contrastare la violenza di genere, partendo dai più giovani.”
Casa di Noemi promuove attività educative rivolte a bambini, ragazzi e minori, creando occasioni di ascolto, dialogo e crescita. È un presidio sociale e culturale, che lavora in rete con le realtà già operative, come il Centro Antiviolenza Renata Fonte di Lecce, il cui contatto viene fornito a chiunque ne abbia bisogno.











